Da qualche tempo sono arrivato alla conclusione che la politica militante sia un’espressione sottoculturale dal momento che obbliga brutalmente un libero intelletto all’ideologia, alla partigianeria, alla faziosità quando non a un’orrida “disciplina di partito”.
Rinvio a un’altra occasione le mie riflessioni nel merito, a partire dalla distinzione tra la politica come tecnica di governo, in stretto rapporto con la natura tecnica della norma giuridica che deve produrre, e la politica come filosofia generale della società, che illumineranno – spero – anche la vexata quaestio del rapporto tra una legittima fede religiosa e la necessaria laicità dell’azione politica, e mi limito a una breve chiosa sul caso Mastella, ennesima faida nata all’interno della più strampalata coalizione governativa del dopoguerra.
Do per scontato che una frangia della magistratura agisca ormai da tempo come potere supplente e animata da intenti etici che trascendono le sue competenze costituzionali (emblematici i casi di Bettino Craxi capro espiatorio della cosiddetta prima repubblica, dell’avviso di garanzia a Berlusconi a Napoli, della resa dei conti tra la rossa dura e pura Clementina Forleo e i vertici diessini giudicati evidentemente “rammolliti” dal mortale abbraccio con la finanza e il capitale, e via discorrendo); do per scontato che la qualità, davvero infima, dell’attuale classe dirigente abbia rivelato con evidenza drammatica agli occhi dei cittadini la sua natura di élite dedita alla conservazione dei propri privilegi grazie all’inefficienza, all’approssimazione e all’inadeguatezza dimostrate invece nell’affrontare i reali problemi del paese; do per scontato che la decapitazione dell’Udeur abbia contenuti quantomeno sospetti, in funzione del potere ricattatorio esercitato a più riprese dal piccolo partito di Ceppaloni nei confronti del governo circense di Romano Prodi. Eppure il vero problema è un altro: la cultura clientelare del popolo italiano, abituato a sgomitare, a trovare scorciatoie, a guadagnare terreno a colpi di conoscenze e, parallelamente, a concepire la politica in senso lato come cricca baronale deputata a replicarsi nel proteggere e avvantaggiare i propri clientes.
Tale cultura ha certamente evidenti radici storiche sulle quali non mi voglio dilungare ma ha ormai anche innescato un moto perpetuo ostile alla meritocrazia e alla cultura delle eque opportunità che ha spesso piegato, in nome della necessità e del pragmatismo, anche coloro che per natura avrebbero magari preferito giocare, nei concorsi pubblici come altrove, una competizione trasparente. Clemente Mastella, dichiarando che “le raccomandazioni le fanno tutti”, che sono parte integrante dell’attività politica e che lui almeno raccomanda “solo quelli bravi”, lungi dal discolparsi ha solo messo il dito nella piaga. Sì, perché di una vera e propria piaga si tratta, di un italico malcostume incancrenito, e il fatto che non riguardi solo l’ex guardasigilli ma tutta la classe dirigente – politica, economica, amministrativa, accademica, ecclesiastica - non la giustifica in alcun modo, anzi dovrebbe rendercela vieppiù stomachevole.
D’altra parte, il recente scontro tra Elio, figlio di Clemente Mastella, e la “iena” Alessandro Sortino, è emblematica di tale stato di cose.
In breve, il figlio dell’ex guardasigilli ha rinfacciato a Sortino, che lo incalzava giustamente sul tema delle raccomandazioni, di essere a sua volta un figlio di papà, e cioè di Sebastiano, ex-Fieg (Federazione degli editori) e poi all’Autorità per le comunicazioni. La “iena” ha negato con forza qualsiasi intervento paterno a favore della sua carriera ma la domanda rimane: è mai possibile che in Italia, guarda caso, riescano a farsi largo e a vedere riconosciuti anche i loro meriti – che Sortino sia bravo, infatti, nessuno lo discute – solo coloro che, a diverso titolo, appartengono alla cerchia degli eletti? E’ ragionevole, viceversa, che un ammanicato abbia sempre così tanta fortuna da non dover mai essere costretto, nonostante il suo valore, a fare l’operatore ecologico, il postino o l’archivista al catasto (sia detto col massimo rispetto per costoro)? E’ credibile, infine, che il genio dei figli, nipoti e cugini di papà riesca sempre, dico sempre, contro la legge dei grandi numeri e l’esperienza quotidiana di tutti gli altri, a farsi largo e ad affermarsi? Direi proprio di no: non è possibile, non è ragionevole e non è credibile.
Nel nostro paese si parla da tempo di “casta”, con riferimento alla classe politica, ma il problema del clientelismo, dei favoritismi e dei nepotismi investe una parte ben più ampia della società italiana. Il problema dell’Italia, ciò che ci impedisce di valorizzare il merito e di attuare in ogni campo una reale competizione tra pari, caratteristica prima di una società realmente liberale, è l’esistenza di una classe di ottimati che distribuisce al suo interno e ai propri clienti favori, agevolazioni, cariche, contratti e denaro.
Parlare di “casta” per colpevolizzare la sola classe politica è almeno sbagliato se non ipocrita, così come lo è il limitare la definizione di “mafia” alla sola criminalità organizzata. Mafiosa è la cultura italiana, e lo è intimamente, ogni volta che qualcuno fa una telefonata per favorire un amico a scapito di qualcuno che di amici, invece, è privo.
Una rivolta contro questi ottimati è quanto mai auspicabile ma è necessario che si tratti di una rivolta morale. Ogni rivoluzione politica, infatti, animata essenzialmente da invidia sociale, finisce soltanto per produrre una nuova casta di ottimati, assecondando di fatto i desideri degli “esclusi” dalla precedente spartizione del “bottino”. Anche nel socialismo reale, d’altra parte, tale nuova oligarchia si raccolse intorno a un partito senza che questo cambiasse molto nel merito (il nucleo del fallimento marxista sta nell’aver dato per scontato che la rivoluzione proletaria avrebbe portato al potere un’umanità moralmente superiore).
Il fatto che solo una rivolta morale e non una rivoluzione, indipendentemente dal suo carattere cruento o incruento, sia in grado di mutare le cose dimostra indirettamente, dopo quella della norma giuridica che ho già dimostrato a suo tempo, anche l’impotenza morale della politica e – qui anticipo un concetto di cui parlerò in futuro – la natura illusoria, se non proprio truffaldina, di qualsiasi progetto politico ispirato ai valori cristiani.
Se in questo momento mi trovassi a Roma restituirei di sicuro la laurea conseguita anni or sono, e con un curriculum di studi che, a onor del vero, poco si sposa con la mandria di lobotomizzati sinistrorsi che ho visto bivaccare in questi giorni nella mia sventurata Facoltà di Lettere e Filosofia, in quello che fu tra gli atenei più importanti d’Europa.
I deprimenti avvenimenti seguiti all’invito del Rettore a Benedetto XVI, mi spingono a fare alcune considerazioni, la prima delle quali non può che riguardare una circostanza di eclatante spudoratezza: siamo di fronte al ricatto violento e in taluni casi barricadiero di un’esigua minoranza di docenti e di studenti che, come al solito, ritenendosi depositari del verbo democratico, presumono che democrazia sia far fare agli altri ciò che vogliono loro.
In secondo luogo, coloro che si sono opposti alla visita di Ratzinger – mi riferisco qui ai membri del corpo docente e di sicuro non a quella schiera di villini per cimici e pulci che alcuni impavidi fideisti chiamano ancora studenti – hanno dichiarato di farlo in considerazione della particolare sede - una cerimonia, quella dell’inaugurazione dell’anno accademico, che deve rendere esplicito l’indirizzo didattico dell’ateneo – e non con intenti di censura ideologica preventiva. Ora, pur volendo dare credito alla passione di costoro per i simbolismi cerimoniali, la spiegazione regge poco e disonora alquanto simili alati intelletti. E’ ben difficilmente sostenibile, infatti, che la presenza del Papa potesse coincidere in sostanza con una delega in suo favore circa le direttive didattiche dell’ateneo romano. Chi affermasse una cosa simile credendoci davvero si farebbe ridere dietro: utilizzare cavilli come quello dell’opportunità o della particolarità della circostanza nel contesto della liturgia accademica risulta quindi tanto utile a questi scienziati per l’occasione trasmutati in azzeccagarbugli quanto poco credibile e ozioso.
Il vero problema è invece il solito: la laicità della cultura intesa malamente come estromissione coatta della sfera religiosa nonché come ideologia militante di una parte. La laicità della cultura – che non è affatto sovrapponibile al concetto di “irreligiosità” della cultura medesima, ovvero a quello di “cultura laica” - è invece la sua capacità di comprendere e di costituirsi come terreno di confronto interdisciplinare e interculturale. I 67 chiarissimi della “Sapienza” confondono, piuttosto pedestremente in verità, la laicità come condizione generale della cultura con la laicità come attributo particolare della medesima. In altre parole, scambiano la laicità della cultura con la cultura laica. A rischio di generare in questi cicisbei di Pallade Atena un irresolubile conflitto neurosinaptico è infatti necessario ricordare che se l’università pubblica (ma non solo) dev’essere irrinunciabilmente fondata sulla laicità della cultura, essa non dev’essere affatto l’officina partigiana di una cultura laica.
Mi rendo conto, però, che simili concetti risultino indigesti a chi, come un certo palindromo falcemartellante (ma di altri casi del genere ce ne sono a iosa), ha per decenni imbarbarito gli studi di italianistica dell’ateneo romano con la sua militanza politica. Mi chiedo come possa sfuggire a cotanta genialità che l’inquinamento ideologico di matrice gramsciana è a rigore un attentato alla laicità della cultura tanto quanto le forzature confessionali di natura religiosa. Tant’è, pare che sfugga.
L’università, in quanto luogo di confronto e di ricerca della verità, richiede a tutti, proprio in nome della laicità della cultura (e non della cultura laica che è, appunto, affare di parte, dei laici o, meglio, come direbbero gli americani, dei secularists), l’angosciosa pratica del dubbio virtuoso che non cancella né la fede religiosa né l’ideologia, ma sottrae loro quella rigidità che le rende a priori poco disponibili a farsi oggetto di dibattito, di scambio, d’indagine.
Concludo con una breve chiosa a una frase di Carlo Bernardini, ex docente di metodi matematici e tra gli ispiratori dei 67 chiarissimi rivoltosi, riportata dal “Corriere della sera”. Dice testualmente il professore: “Non era il caso di inaugurare l'anno accademico con un'autorità religiosa, perché come filosofo un credente è un po' fiacchetto”. Ebbene, medium, esorcisti, maghi, Roberti Giacobbi e affini, urge che qualcuno avvisi immediatamente Pascal, Leibniz, Kierkegaard e Kant ovunque si trovino: come filosofi – ahiloro – furono fiacchetti. L’ha detto Carlo e Carlo è docente onorario.
IL LIBERISMO SENZA LIBERTA’
SOMMARI PROLEGOMENI ALLA METAFISICA CHE VERRA' -2
Il concetto di progresso non ha senso al di fuori di una metafisica di riferimento che ne definisca e giustifichi contenuti, obiettivi e valori fondamentali (detto altrimenti: la sua propria vettorialità).
D'altro canto, anche l'antimetafisica nichilistica, ovvero la metafisica ermeneutica, responsabile principale della cancellazione del concetto moderno di progresso, non sfugge alla gratuità in senso addirittura aporistico (se non esistono verità ma solo interpretazioni, questa va considerata una verità o un'interpretazione? se è una verità essa nega se stessa, se viceversa è un'interpretazione non può essere assunta come fondamento di un sistema). Anche volendola considerare, con un certo grado di approssimazione, come una proposizione generale e indimostrabile, essa da una parte riconduce fatalmente l'ermeneutica nell'ambito della metafisica costituendola come un sistema (il che, da un punto di vista logico, rende inconsistente e puramente retorica ogni ipotesi di “oltrepassamento” della metafisica stessa) e dall’altra ne denuncia la radice sostanzialmente volontaristica.
Ebbene, attribuire a una necessità logica un gratuito contenuto volontaristico compromette moralmente e ideologicamente il sistema, tradendone l’impianto logico, e, a conti fatti, è proprio ciò che smaschera quello che chiamiamo postmoderno come una manifestazione tardo-moderna, come fatale crepuscolo della modernità, organica conseguenza dei suoi presupposti (la retorica dell’illuminismo).
Quello che chiamiamo relativismo, dunque, è una forma cattiva, appunto perché ideologica, di relatività.
Ecco perché il vero postmoderno – laddove qui per attribuzione di verità s’intende la conseguenza di un rigore logico nell’approccio e non una non meglio precisata e precisabile “maggiore autenticità” tutta retorica - non può che ricondurre l'ermeneutica alla sua natura di puro metodo - che in quanto tale è fondato per non fondare - e quindi ridefinire la metafisica come funzione - incompleta ma proprio per questo non aporistica, nonché pienamente sistematica - di una necessità logica alla quale, appunto, occorre rimettersi e che non si può né genericamente volere né volere in un certo modo.
Posto così il problema, il concetto moderno di progresso, certamente inadeguato, può essere tranquillamente sostituito da quello di deduzione logica o, all’occorrenza, relegato nel lessico di una vaga chiacchiera meta-metafisica.
La metafisica postmoderna che verrà, quindi, non potrà che essere innanzitutto una logica sistematica delle idee contrapposta definitivamente a tutti i sistemi retorici ai quali le varie metafisiche della modernità, ivi compresa l'ermeneutica, hanno di volta in volta asservito le idee stesse.
"ANNO ZERO" E LA MOZZARELLA DI BUFALA
Come volevasi dimostrare la puntata di "Anno Zero" sul tanto discusso bluff della BBC (che, per inciso, finge di scandalizzarsi per la pedofilia di alcuni preti cattolici e poi va a intervistare col cuore in mano un ex divetto del pop arrestato e condannato in Vietnam - recidivo, perché quattro anni se li era già fatti in patria - a dodici anni di galera per pedofilia, suscitando le sacrosante ire dei telespettatori) si è risolta in un clamoroso - e noioso - buco nell'acqua. Il documentario era quello che era: la teoria, come ho già spiegato, tutta sbagliata, fondata su un banalissimo gioco di equivoci, in bilico tra l'ignoranza gazzettiera (non lo ripeterò mai abbastanza: tra un giornalista e un uomo colto c'è la stessa distanza che passa tra uno scimpanzè e l'uomo: il 95% del patrimonio genetico in comune e Dante, Shakespeare, Leonardo, Goethe, Kant, Einstein e compagnia cantante a fare la differenza) e la malafede ideologica; la cronaca, in sé certamente triste e angosciante, poco significativa ai fini della dimostrazione del teorema, che era, lo ricordo, "la Chiesa copre i preti pedofili". Il teorema, infatti, e mi stupisce che non l'abbia rilevato il logico matematico Odifreddi, presente in studio come al solito più per scaldare la poltrona che per altro, risulterebbe dimostrato se il metodo induttivo, sul quale si fonda, più emotivamente che logicamente, l'argomento della BBC, si rivelasse capace di proposizioni universali. In mancanza di ciò, siamo di fronte a casi particolari - numericamente tanto esigui da risultare insignificanti anche come mero campione statistico - che conoscevamo e che di certo non vanno giustificati ma che, rappresentando soltanto loro stessi, non dimostrano alcun teorema. In definitiva: il coinvolgimento di Ratzinger è una bufala, l'esegesi dei documenti canonici tentata dalla BBC è una bufala, il teorema finale non risulta dimostrato. Con buona pace dei poveri radicali che erano lì con la loro bella bava libertaria alla bocca (loro, il partito, anzi visti i numeri attuali direi meglio il manipolo, che più di ogni altro si è impegnato per sdoganare culturalmente l'ideologia di questi pervertiti) e che ora dovranno ingurgitare l'ennesima mozzarella di bufala. La morbidezza della quale è almeno una buona notizia per quanti, tra loro, nonostante la mole impressionante di scioperi della fame non portati a buon fine, sono gloriosamente giunti al traguardo della dentiera.
SPETTEGULESS
In attesa di buttare giù un post per spiegare, punto per punto, che il presunto scoop della BBC sui preti pedofili è una bufala di proporzioni colossali per la quale, non a caso, si emozionano solo i neuroni in libera uscita di colossali imbecilli (un po' come per il caso Cascioli, l'agronomo dell'alta Tuscia che, improvvisatosi storico, dimostrò che Gesù Cristo non era un personaggio storico, bensì il protagonista di un romanzo inglese di fine '800), propongo ai miei cari ventisei lettori una lettera che ho scritto alla signora Luana De Rossi, dell'Associazione Culturale Namir di Roma, in risposta alla seguente e-mail:
CI RIMARRANNO MALE coloro che sono andati al FAMILY DAY - e hanno portato cartelli con scritto sopra ... RATZINGER SONO TUO ... grave gravissimo e anche pericoloso... non informarsi in questa societa.
E ANCORA PIU' GRAVE QUELLA SICILIA che non intende cambiare... votando sempre a destra - la destra che inciucia con la mafia...
NON PERDIAMOCI QUESTO VIDEO INCHIESTA TRASMESSO DALLA BBC - sui preti pedofili - un video che gira in internet e che la TV ITALIANA non intende trasmettere - servi dei potenti cattolici - servi dell'economia - servi della DIS-informazione.
CENTINAIA DI BAMBINI VIOLENTATI DA QUESTI PRETI E ANCHE RATZINGER CHIAMATO IN CAUSA... in un processo in germania si salvo' perche' diventato papa.
e' questo che vogliamo difendere? e allora non sono meglio i DICO? l'amore chiaro e non violento perche' scelto tra due adulti dello stesso sesso che seguono l'istinto naturale? perche' se c'e' qualcosa di realmente INNATURALE E VIOLENTO - NON praticata da nessuna specie animale vivente - dai mammiferi agli insetti - dalle rose rosse alle piante... su questa terra creata... e' proprio la PEDOFILIA.
QUESTA ITALIOTTA ci fa sempre piu' schifo - e i politici come MASTELLA - MORATTI... silvio berlusconi ... dovrebbero vergognarsi prima di scendere in piazza a difendere coloro che ormai si difendono solo l'otto per mille ma al posto della dignita' e altruismo reale.
ORA GUARDATE QUESTO VIDEO E POI DITE SE NON AVEVA RAGIONE VAURO CON LA SUA VIGNETTA e non trovate scuse prima osservate e poi fatevi i conti con l'anima...a chi gli rimarra' la fede.
IL VIDEO E' SCONVOLGENTE E QUINDI VI INVITIAMO A VEDERLO... : naturalmente la chiesa attraverso AVVENIMENTI IL GIORNALE DELLA POTENTE CEI ed altri poteri sta gia' tentando di censurarlo quindi sbrigatevi...
Non ho voluto soffermarmi sullo stile a dir poco incerto, ho trascurato bonariamente la tirata da superiorità etica sinistrorsa sul voto siciliano (che c'entrava come i cavoli a merenda), ho glissato su qualche imprecisione - per dirne una, il quotidiano della CEI si chiama "Avvenire" e non "Avvenimenti" - non scusabile da parte di questi informatissimi che si permettono di censurare la presunta disinformazione altrui, e mi sono soffermato invece solo sul nocciolo della questione rispondendo in cotal guisa:
Il ministro Paolo Ferrero ha protestato con la ministra Rosi Bindi colpevole di non aver invitato le associazioni gay e lesbiche al Forum sulla famiglia.SPAGHETTI-PHILOSOPHER 3
I grandi vini, a differenza di quelli mediocri, invecchiano bene e lo stesso capita di regola ai filosofi.
Che Gianni Vattimo non fosse un Aristotele, uno Spinoza, un novello Gadamer (suo inarrivabile maestro), lo avevamo capito da tempo, ma l’ultima sua “fatica” editoriale dal titolo “Ecce comu. Come si ri-diventa ciò che si era” (Fazi editore) è davvero la quintessenza di un triste crepuscolo (a dispetto dell’allusione nietzscheana a “Ecce homo”, non tanto degli idoli quanto dei bigoli). Questo a dimostrazione di come, superati i settanta, certi uomini si lascino tentare dalla nostalgia per una giovinezza irrimediabilmente perduta non solo dichiarando a un’interessatissima opinione pubblica i propri palpiti per le scultoree membra di “loliti” danzanti sui cubi, ma anche andando a resuscitare un obsoleto armamentario ideologico che la maturità aveva opportunamente accantonato, nella speranza di ritrovare ascolto e rispetto tra quella meglio gioventù scapigliata che, tra una canna e l’altra, sogna cioè un mondo cioè più giusto, con tanto amore e cioè nessuna o pochissima guerra, se non qualche mitragliata a Biagi e D’Antona, due pallottole a monsignor Bagnasco e qualche maledizione cioè agli yankee, ai giudei e ai morti di Nassirya che cioè ce ne fossero 10, 100, 1000.
Un’operazione nostalgia in piena regola quella di Vattimo, quindi, non molto lontana in sostanza dallo spassoso tentativo, andato in onda in RAI tanti anni fa, di Aldo Fabrizi, Ave Ninchi, Bice Valori e Paolo Panelli di imparare il geghegè da una scatenata Rita Pavone.
Tralasciando la prima parte del libricino, che raccoglie, tanto per fare massa e per giustificare i 12,50 euro del prezzo, una serie di contributi di imbarazzante faciloneria militante, come dimostrano l’apologia della funzione di garanzia esercitata dallo Stato, sempre più miracolosamente etico (peccato che Vattimo non ci spieghi chi dovrebbe controllare il controllore e perché, in assenza di tale controllo, il controllore medesimo possa essere considerato una garanzia), in economia e non solo, e la malia esercitata sul pensatore calabropiemontese da personaggi sinistri, non solo ideologicamente, come il principiante Chavez e il più classico Fidel Castro, m’interessa spendere qualche parola sulla seconda, più speculativa, nella quale il professore, che si definisce un “cristocomunista” (non più "catto" per complesse questioni di letto), teorizza alla sua maniera un nuovo “comunismo libertario”.
Vattimo sostiene innanzitutto che una politica di sinistra deve prima di ogni altra cosa farsi delle domande sulla politica: ma questo, dico io, non è di sinistra, questo è semplicemente filosofico, e mi sta benissimo; di sinistra, casomai, è prima di tutto farsi certe domande sulla politica, di sinistra (o di destra) è la scelta del punto di vista delle domande. Il parallelo, suggerito dal professore, con la riflessione di Adorno sulle avanguardie artistiche novecentesche e sulla loro vocazione a mettere in discussione l’arte in sé non regge perché per Adorno questo era il tratto distintivo di tutte le avanguardie storiche e non solo di una o di alcune. Con la precisazione “di sinistra”, Vattimo compromette invece tout court la filosofia della politica con un’ideologia e cade in una grossolana banalizzazione.
Ma non è tutto. Il pensatore calabropiemontese esalta l’irrazionalismo contro l’illuminismo, troppo compromesso coi concetti di “natura” e di “verità” e quindi moderato e potenzialmente conservatore, e addirittura contro Marx, colpevole di credere “in una verità obiettiva della storia e nell’esistenza di un’essenza umana”. Per non gettare al macero più di quarant’anni di pensiero più o meno debole, Vattimo rilancia quindi il suo primo amore – il nichilismo – proponendolo come motore della sua personale rifondazione comunista, con Nietzsche e Heidegger a farla da padroni alla faccia del povero Marx, scippato di quel che resta del suo “tesoretto” – l’etichetta “comunismo” – da questo birbaccione settantenne in sella alla sua lambretta filosofica (truccata).
Vattimo conclude la sua riflessione dichiarandosi infine nemico di ogni “mistica” che presupponga l’esistenza di una verità e affermando pomposamente la sua volontà di fondare il suo “comunismo libertario” sul motto “non ci sono fatti, solo interpretazioni”.
A suo tempo, il professore, intimorito dalla possibile deriva dell’ermeneutica in direzione di una sostanziale liquidazione della filosofia destinata a essere soppiantata da una teoria generica della cultura, escogitò la trovata del nichilismo, divenuto poi l’elemento caratteristico di tutti i suoi scritti e che in quest’ultimo libretto viene riproposto ancora una volta nonostante il depistaggio di un comunismo quanto mai vago e strampalato. Col ricorso al nichilismo, Vattimo ha sempre immaginato un pensiero debole dalle radici forti, tramite il quale ancorare l’ermeneutica alla metafisica, sia pure in accezione negativa. Tale trovata, però, è sempre stata anche il ventre molle delle sue tesi. Perché l’ermeneutica è un metodo, non una metafisica, e se diviene una metafisica cessa di essere ermeneutica. In questo caso, a rigore, sul motto “non ci sono fatti, solo interpretazioni” non si potrebbe fondare un bel niente proprio perché anche quel motto a sua volta non è altro che un’interpretazione. Chiamata a servire da verità fondamentale, invece, tale interpretazione non solo si smentisce proponendosi come fatto e non come interpretazione ma, presupponendo l’esistenza di una verità identificabile nella sua pura consistenza di proposizione che nega se stessa, contraddice lo stesso Vattimo allorché si dichiara nemico di ogni mistica che implichi una qualsiasi verità.
Un pasticcio logico senza precedenti in un libro che maschera dietro il fervore irrazionalistico l’abituale fragilità filosofica del pensatore calabropiemontese, condita stavolta con un giovanilismo barricadiero e comunardo sul quale, per essere caritatevoli, si può solo stendere un velo di sorridente indulgenza.