domenica, 20 gennaio 2008

L'IMPOTENZA MORALE DELLA POLITICA

Da qualche tempo sono arrivato alla conclusione che la politica militante sia un’espressione sottoculturale dal momento che obbliga brutalmente un libero intelletto all’ideologia, alla partigianeria, alla faziosità quando non a un’orrida “disciplina di partito”.
Rinvio a un’altra occasione le mie riflessioni nel merito, a partire dalla distinzione tra la politica come tecnica di governo, in stretto rapporto con la natura tecnica della norma giuridica che deve produrre, e la politica come filosofia generale della società, che illumineranno – spero – anche la vexata quaestio del rapporto tra una legittima fede religiosa e la necessaria laicità dell’azione politica, e mi limito a una breve chiosa sul caso Mastella, ennesima faida nata all’interno della più strampalata coalizione governativa del dopoguerra.
Do per scontato che una frangia della magistratura agisca ormai da tempo come potere supplente e animata da intenti etici che trascendono le sue competenze costituzionali (emblematici i casi di Bettino Craxi capro espiatorio della cosiddetta prima repubblica, dell’avviso di garanzia a Berlusconi a Napoli, della resa dei conti tra la rossa dura e pura Clementina Forleo e i vertici diessini giudicati evidentemente “rammolliti” dal mortale abbraccio con la finanza e il capitale, e via discorrendo); do per scontato che la qualità, davvero infima, dell’attuale classe dirigente abbia rivelato con evidenza drammatica agli occhi dei cittadini la sua natura di élite dedita alla conservazione dei propri privilegi grazie all’inefficienza, all’approssimazione e all’inadeguatezza dimostrate invece nell’affrontare i reali problemi del paese; do per scontato che la decapitazione dell’Udeur abbia contenuti quantomeno sospetti, in funzione del potere ricattatorio esercitato a più riprese dal piccolo partito di Ceppaloni nei confronti del governo circense di Romano Prodi. Eppure il vero problema è un altro: la cultura clientelare del popolo italiano, abituato a sgomitare, a trovare scorciatoie, a guadagnare terreno a colpi di conoscenze e, parallelamente, a concepire la politica in senso lato come cricca baronale deputata a replicarsi nel proteggere e avvantaggiare i propri clientes.
Tale cultura ha certamente evidenti radici storiche sulle quali non mi voglio dilungare ma ha ormai anche innescato un moto perpetuo ostile alla meritocrazia e alla cultura delle eque opportunità che ha spesso piegato, in nome della necessità e del pragmatismo, anche coloro che per natura avrebbero magari preferito giocare, nei concorsi pubblici come altrove, una competizione trasparente. Clemente Mastella, dichiarando che “le raccomandazioni le fanno tutti”, che sono parte integrante dell’attività politica e che lui almeno raccomanda “solo quelli bravi”, lungi dal discolparsi ha solo messo il dito nella piaga. Sì, perché di una vera e propria piaga si tratta, di un italico malcostume incancrenito, e il fatto che non riguardi solo l’ex guardasigilli ma tutta la classe dirigente – politica, economica, amministrativa, accademica, ecclesiastica - non la giustifica in alcun modo, anzi dovrebbe rendercela vieppiù stomachevole.
D’altra parte, il recente scontro tra Elio, figlio di Clemente Mastella, e la “iena” Alessandro Sortino, è emblematica di tale stato di cose.
In breve, il figlio dell’ex guardasigilli ha rinfacciato a Sortino, che lo incalzava giustamente sul tema delle raccomandazioni, di essere a sua volta un figlio di papà, e cioè di Sebastiano, ex-Fieg (Federazione degli editori) e poi all’Autorità per le comunicazioni. La “iena” ha negato con forza qualsiasi intervento paterno a favore della sua carriera ma la domanda rimane: è mai possibile che in Italia, guarda caso, riescano a farsi largo e a vedere riconosciuti anche i loro meriti – che Sortino sia bravo, infatti, nessuno lo discute – solo coloro che, a diverso titolo, appartengono alla cerchia degli eletti? E’ ragionevole, viceversa, che un ammanicato abbia sempre così tanta fortuna da non dover mai essere costretto, nonostante il suo valore, a fare l’operatore ecologico, il postino o l’archivista al catasto (sia detto col massimo rispetto per costoro)? E’ credibile, infine, che il genio dei figli, nipoti e cugini di papà riesca sempre, dico sempre, contro la legge dei grandi numeri e l’esperienza quotidiana di tutti gli altri, a farsi largo e ad affermarsi? Direi proprio di no: non è possibile, non è ragionevole e non è credibile.
Nel nostro paese si parla da tempo di “casta”, con riferimento alla classe politica, ma il problema del clientelismo, dei favoritismi e dei nepotismi investe una parte ben più ampia della società italiana. Il problema dell’Italia, ciò che ci impedisce di valorizzare il merito e di attuare in ogni campo una reale competizione tra pari, caratteristica prima di una società realmente liberale, è l’esistenza di una classe di ottimati che distribuisce al suo interno e ai propri clienti favori, agevolazioni, cariche, contratti e denaro.
Parlare di “casta” per colpevolizzare la sola classe politica è almeno sbagliato se non ipocrita, così come lo è il limitare la definizione di “mafia” alla sola criminalità organizzata. Mafiosa è la cultura italiana, e lo è intimamente, ogni volta che qualcuno fa una telefonata per favorire un amico a scapito di qualcuno che di amici, invece, è privo.
Una rivolta contro questi ottimati è quanto mai auspicabile ma è necessario che si tratti di una rivolta morale. Ogni rivoluzione politica, infatti, animata essenzialmente da invidia sociale, finisce soltanto per produrre una nuova casta di ottimati, assecondando di fatto i desideri degli “esclusi” dalla precedente spartizione del “bottino”. Anche nel socialismo reale, d’altra parte, tale nuova oligarchia si raccolse intorno a un partito senza che questo cambiasse molto nel merito (il nucleo del fallimento marxista sta nell’aver dato per scontato che la rivoluzione proletaria avrebbe portato al potere un’umanità moralmente superiore).
Il fatto che solo una rivolta morale e non una rivoluzione, indipendentemente dal suo carattere cruento o incruento, sia in grado di mutare le cose dimostra indirettamente, dopo quella della norma giuridica che ho già dimostrato a suo tempo, anche l’impotenza morale della politica e – qui anticipo un concetto di cui parlerò in futuro – la natura illusoria, se non proprio truffaldina, di qualsiasi progetto politico ispirato ai valori cristiani.

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giovedì, 17 gennaio 2008

MAGNIFICO RETTORE, LE RESTITUISCO LA MIA LAUREA

Se in questo momento mi trovassi a Roma restituirei di sicuro la laurea conseguita anni or sono, e con un curriculum di studi che, a onor del vero, poco si sposa con la mandria di lobotomizzati sinistrorsi che ho visto bivaccare in questi giorni nella mia sventurata Facoltà di Lettere e Filosofia, in quello che fu tra gli atenei più importanti d’Europa.
I deprimenti avvenimenti seguiti all’invito del Rettore a Benedetto XVI, mi spingono a fare alcune considerazioni, la prima delle quali non può che riguardare una circostanza di eclatante spudoratezza: siamo di fronte al ricatto violento e in taluni casi barricadiero di un’esigua minoranza di docenti e di studenti che, come al solito, ritenendosi depositari del verbo democratico, presumono che democrazia sia far fare agli altri ciò che vogliono loro.
In secondo luogo, coloro che si sono opposti alla visita di Ratzinger – mi riferisco qui ai membri del corpo docente e di sicuro non a quella schiera di villini per cimici e pulci che alcuni impavidi fideisti chiamano ancora  studenti – hanno dichiarato di farlo in considerazione della particolare sede - una cerimonia, quella dell’inaugurazione dell’anno accademico, che deve rendere esplicito l’indirizzo didattico dell’ateneo – e non con intenti di censura ideologica preventiva. Ora, pur volendo dare credito alla passione di costoro per i simbolismi cerimoniali, la spiegazione regge poco e disonora alquanto simili alati intelletti. E’ ben difficilmente sostenibile, infatti, che la presenza del Papa potesse coincidere in sostanza con una delega in suo favore circa le direttive didattiche dell’ateneo romano. Chi affermasse una cosa simile credendoci davvero si farebbe ridere dietro: utilizzare cavilli come quello dell’opportunità o della particolarità della circostanza nel contesto della liturgia accademica risulta quindi tanto utile a questi scienziati per l’occasione trasmutati in azzeccagarbugli quanto poco credibile e ozioso.
Il vero problema è invece il solito: la laicità della cultura intesa malamente come estromissione coatta della sfera religiosa nonché come ideologia militante di una parte. La laicità della cultura – che non è affatto sovrapponibile al concetto di “irreligiosità” della cultura medesima, ovvero a quello di “cultura laica” - è invece la sua capacità di comprendere e di costituirsi come terreno di confronto interdisciplinare e interculturale. I 67 chiarissimi della “Sapienza” confondono, piuttosto pedestremente in verità, la laicità come condizione generale della cultura con la laicità come attributo particolare della medesima. In altre parole, scambiano la laicità della cultura con la cultura laica. A rischio di generare in questi cicisbei di Pallade Atena un irresolubile conflitto neurosinaptico è infatti necessario ricordare che se l’università pubblica (ma non solo) dev’essere irrinunciabilmente fondata sulla laicità della cultura, essa non dev’essere affatto l’officina partigiana di una cultura laica.
Mi rendo conto, però, che simili concetti risultino indigesti a chi, come un certo palindromo falcemartellante (ma di altri casi del genere ce ne sono a iosa), ha per decenni imbarbarito gli studi  di italianistica dell’ateneo romano con la sua militanza politica. Mi chiedo come possa sfuggire a cotanta genialità che l’inquinamento ideologico di matrice gramsciana è a rigore un attentato alla laicità della cultura tanto quanto le forzature confessionali di natura religiosa. Tant’è, pare che sfugga.
L’università, in quanto luogo di confronto e di ricerca della verità, richiede a tutti, proprio in nome della laicità della cultura (e non della cultura laica che è, appunto, affare di parte, dei laici o, meglio, come direbbero gli americani, dei secularists), l’angosciosa pratica del dubbio virtuoso che non cancella né la fede religiosa né l’ideologia, ma sottrae loro quella rigidità che le rende a priori poco disponibili a farsi oggetto di dibattito, di scambio, d’indagine.
Concludo con una breve chiosa a una frase di Carlo Bernardini, ex docente di metodi matematici e tra gli ispiratori dei 67 chiarissimi rivoltosi, riportata dal “Corriere della sera”. Dice testualmente il professore: “Non era il caso di inaugurare l'anno accademico con un'autorità religiosa, perché come filosofo un credente è un po' fiacchetto”. Ebbene, medium, esorcisti, maghi, Roberti Giacobbi e affini, urge che qualcuno avvisi immediatamente Pascal, Leibniz, Kierkegaard e Kant ovunque si trovino: come filosofi – ahiloro – furono fiacchetti. L’ha detto Carlo e Carlo è docente onorario.

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lunedì, 25 giugno 2007

IL LIBERISMO SENZA LIBERTA’

Dopo la fine del comunismo e il rovinoso fallimento di tutte le prospettive marxiane, il pensiero liberista, a mio parere, ha mancato di approfondire adeguatamente le ragioni del proprio successo. Ci si è limitati a una sorta di ubriacatura autocelebrativa, dai contenuti ideologici fin troppo evidenti, fondata in buona sostanza sulla riaffermazione di una tanto presunta quanto rozza maggiore funzionalità dello spirito capitalista alla natura dell’uomo. In altre parole: l’uomo, inteso come individuo singolo, persegue egoisticamente la propria felicità e il capitalismo liberista si afferma perché asseconda tale disposizione.
Ebbene, come accade spesso alle semplificazioni, anche questa contiene qualcosa di vero che, però, in assenza di adeguati approfondimenti, finisce per essere drammaticamente fuorviante.
“Questo” liberismo capitalista, infatti, rischia di commettere un errore solo in apparenza lontano da quello che ha contraddistinto l’ideologia comunista: come quest’ultima, infatti, ha pensato l’uomo in funzione dello Stato, trasformando l’ordine sociale in sistema etico, così il neoliberismo pensa oggi l’uomo in funzione del mercato, trasformando il sistema economico in ordine morale. Che le cose stiano così è dimostrato dal fatto che, al di fuori di una filosofia morale complessiva  che fornisca di solidi contenuti il concetto di felicità, quest’ultimo finisce per essere determinato implicitamente e grossolanamente in forma di mero profitto materiale, nella sua duplice accezione di successo e di ricchezza. Il neoliberismo diviene così, più che altro, la conseguenza di un materialismo naturale contrapposto al vecchio materialismo storico marxista, un’ideologia tecnocratica che potremmo definire con maggiore esattezza “mercatismo”.
L’aspetto più grave del “mercatismo” è la cesura che lo separa dal pensiero liberale. La libertà, infatti, è la grande assente di questa deriva tecnocratica, perché non c’è libertà liberista senza libertà liberale; in altre parole la libertà non può essere semplice funzione di un sistema economico – il mercato – che, al contrario, dev’essere un prodotto particolare di una riflessione morale di carattere generale. Come ho scritto altre volte, per un autentico liberale la libertà non può essere soltanto “poter fare” ma anche e soprattutto darsi conto di questa facoltà. Tale carenza prende sostanza nelle numerose contraddizioni di quello che da qui in poi chiameremo il “liberismo mercatista”, a partire dall’impossibilità di conciliare un liberismo effettivo col cosiddetto “ottimo paretiano”. L’assenza di una filosofia morale complessiva rende per esempio questo liberismo indifferente alle oggettive condizioni individuali dei soggetti in competizione, ovvero alle reali capacità operative della libertà dei singoli (tanto quanto la teoria dell’efficienza di Vilfredo Pareto prescindeva dalla ripartizione del reddito o dalla considerazione di elementi perturbativi come l’asimmetria informativa), e si traduce in una sorta di brutalità tecnocratica, provocando dannose tensioni sociali da una parte e legittimando velleità d’intervento dello Stato attraverso politiche fiscali ispirate a una presunta equità ridistribuiva dall’altra.
Sia chiaro: ritengo errate e perniciose sia l’una che le altre. L’ideologia etica dell’autonomia del mercato e quella dello Stato come soggetto super partes sono due facce della medesima medaglia.
Il mercato, invece, può e deve autoregolamentarsi a partire dal riconoscimento dei propri limiti tecnici e inquadrandosi nel contesto di una più ampia riflessione morale ispirata a quello che possiamo definire un liberalismo deontologico. Questo, è bene precisarlo, comporta il superamento della tradizionale pulsione utilitaristica ma non del concetto di utilità che diviene semplicemente più ampio, comprendendo il beneficio che alla stabilità e all’efficienza del mercato apporta l’attenuazione dei conflitti sociali. Un liberismo inteso al di fuori dei limiti tecnocratici imposti dal “mercatismo” non può che ripensare il mercato stesso come un  sistema non magicamente autoreferenziale, come nella dottrina classica, bensì logicamente determinato, rispetto al quale le singole volontà individuali devono decidere di ordinarsi.
Ciò comporta anche un ampliamento problematico del concetto di felicità che, oltrepassando quella che Amartya Sen ha definito la “divinizzazione del P.I.L.”, conduca a considerare la qualità della vita nel complesso della dimensione morale dell’uomo e quindi al di là della stantia misurazione utilitaristica fondata sulla disponibilità di beni e servizi.
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lunedì, 18 giugno 2007

SOMMARI PROLEGOMENI ALLA METAFISICA CHE VERRA' -2

Il concetto di progresso non ha senso al di fuori di una metafisica di riferimento che ne definisca e giustifichi contenuti, obiettivi e valori fondamentali (detto altrimenti: la sua propria vettorialità).
D'altro canto, anche l'antimetafisica nichilistica, ovvero la metafisica ermeneutica, responsabile principale della cancellazione del concetto moderno di progresso, non sfugge alla gratuità in senso addirittura aporistico (se non esistono verità ma solo interpretazioni, questa va considerata una verità o un'interpretazione? se è una verità essa nega se stessa, se viceversa è un'interpretazione non può essere assunta come fondamento di un sistema). Anche volendola considerare, con un certo grado di approssimazione, come una proposizione generale e indimostrabile, essa da una parte riconduce fatalmente l'ermeneutica nell'ambito della metafisica costituendola come un sistema (il che, da un punto di vista logico, rende inconsistente e puramente retorica ogni ipotesi di “oltrepassamento” della metafisica stessa) e dall’altra ne denuncia la radice sostanzialmente volontaristica.
Ebbene, attribuire a una necessità logica un gratuito contenuto volontaristico compromette moralmente e ideologicamente il sistema, tradendone l’impianto logico, e, a conti fatti, è proprio ciò che smaschera quello che chiamiamo postmoderno come una manifestazione tardo-moderna, come fatale crepuscolo della modernità, organica conseguenza dei suoi presupposti (la retorica dell’illuminismo).
Quello che chiamiamo relativismo, dunque, è una forma cattiva, appunto perché ideologica, di relatività.
Ecco perché il vero postmoderno – laddove qui per attribuzione di verità s’intende la conseguenza di un rigore logico nell’approccio e non una non meglio precisata e precisabile “maggiore autenticità” tutta retorica - non può che ricondurre l'ermeneutica alla sua natura di puro metodo - che in quanto tale è fondato per non fondare - e quindi ridefinire la metafisica come funzione - incompleta ma proprio per questo non aporistica, nonché pienamente sistematica - di una necessità logica alla quale, appunto, occorre rimettersi e che non si può né genericamente volere né volere in un certo modo.
Posto così il problema, il concetto moderno di progresso, certamente inadeguato, può essere tranquillamente sostituito da quello di deduzione logica o, all’occorrenza, relegato nel lessico di una vaga chiacchiera meta-metafisica.
La metafisica postmoderna che verrà, quindi, non potrà che essere innanzitutto una logica sistematica delle idee contrapposta definitivamente a tutti i sistemi retorici ai quali le varie metafisiche della modernità, ivi compresa l'ermeneutica, hanno di volta in volta asservito le idee stesse.

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venerdì, 01 giugno 2007

"ANNO ZERO" E LA MOZZARELLA DI BUFALA

Come volevasi dimostrare la puntata di "Anno Zero" sul tanto discusso bluff della BBC (che, per inciso, finge di scandalizzarsi per la pedofilia di alcuni preti cattolici e poi va a intervistare col cuore in mano un ex divetto del pop arrestato e condannato in Vietnam - recidivo, perché quattro anni se li era già fatti in patria - a dodici anni di galera per pedofilia, suscitando le sacrosante ire dei telespettatori) si è risolta in un clamoroso - e noioso - buco nell'acqua. Il documentario era quello che era: la teoria, come ho già spiegato, tutta sbagliata, fondata su un banalissimo gioco di equivoci, in bilico tra l'ignoranza gazzettiera (non lo ripeterò mai abbastanza: tra un giornalista e un uomo colto c'è la stessa distanza che passa tra uno scimpanzè e l'uomo: il 95% del patrimonio genetico in comune e Dante, Shakespeare, Leonardo, Goethe, Kant, Einstein e compagnia cantante a fare la differenza) e la malafede ideologica; la cronaca, in sé certamente triste e angosciante, poco significativa ai fini della dimostrazione del teorema, che era, lo ricordo, "la Chiesa copre i preti pedofili". Il teorema, infatti, e mi stupisce che non l'abbia rilevato il logico matematico Odifreddi, presente in studio come al solito più per scaldare la poltrona che per altro, risulterebbe dimostrato se il metodo induttivo, sul quale si fonda, più emotivamente che logicamente, l'argomento della BBC, si rivelasse capace di proposizioni universali. In mancanza di ciò, siamo di fronte a casi particolari - numericamente tanto esigui da risultare insignificanti anche come mero campione statistico - che conoscevamo e che di certo non vanno giustificati ma che, rappresentando soltanto loro stessi, non dimostrano alcun teorema. In definitiva: il coinvolgimento di Ratzinger è una bufala, l'esegesi dei documenti canonici tentata dalla BBC è una bufala, il teorema finale non risulta dimostrato. Con buona pace dei poveri radicali che erano lì con la loro bella bava libertaria alla bocca (loro, il partito, anzi visti i numeri attuali direi meglio il manipolo, che più di ogni altro si è impegnato per sdoganare culturalmente l'ideologia di questi pervertiti) e che ora dovranno ingurgitare l'ennesima mozzarella di bufala. La morbidezza della quale è almeno una buona notizia per quanti, tra loro, nonostante la mole impressionante di scioperi della fame non portati a buon fine, sono gloriosamente giunti al traguardo della dentiera.

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SOMMARI PROLEGOMENI ALLA METAFISICA CHE VERRA'
 
La polemica contro il kitsch metafisico, la dichiarata volontà di recupero dei concetti di natura e di verità, ovvero di una prospettiva metafisica piena, fondata sul metodo logico e volta altresì al superamento dell’ontologia ermeneutica (non coincidente col metodo ermeneutico del quale è il prodotto adulterato, kitsch appunto), che fatalmente conduce al nichilismo e all'aporia di un relativismo metafisico, sono gli elementi primari della mia riflessione.
La mia "carissima triade" di riferimento - Cartesio, Leibniz, Kant – indica ai miei affezionati ventisei lettori, credo in modo sufficientemente chiaro, la direzione nella quale mi muovo.
Tutto questo, d'altro canto, è perfettamente coerente con la mia idea di mistica postmoderna (laddove il post, lungi dall’indicare una collocazione se non un superamento, secondo l’insegnamento di Lyotard, si viene a precisare come metodologica sottrazione alla modernità, ridefinita al di fuori della sua ideologia, di una zona d’influenza impropria) che, distinguendo gli ambiti così come Cartesio distingueva le idee chiare, attribuisce l'ontologia non tanto alla filosofia quanto all'arte, e segnatamente alla poesia e al teatro, intesi nel loro rapporto diretto con la parola, col linguaggio, che non ha da dire ma che, prima di tutto, si dice senza rivelazioni (che darebbero luogo a una teologia).
Bisogna superare il pregiudizio idealista, quello del denominatore comune che Fichte patì come assente nella tripartizione delle critiche kantiane.
Un ritorno agli ambiti, ai sistemi, alla purezza del metodo: correggere il postmoderno è possibile a patto di rifondare la metafisica sulla logica (con tutto ciò che comporta), l'etica come critica della ragion pubblica (prospettiva imposta dal sistema dei media e dal cosiddetto villaggio globale) e l'estetica come filologia ontologica dello spirito. A quel punto scopriremmo anche la non coincidenza della relatività postmoderna - in quanto tra e degli ambiti chiari e distinti e non più dall'unificazione ontologica degli stessi - col generico relativismo antifilosofico.
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giovedì, 24 maggio 2007

SEX CRIMES AND THE HOMOSEXUALS?
 
Nel mio precedente intervento, pur mantenendo uno stile tutto sommato leggero, ho introdotto tre elementi di analisi che reputo fondamentali ai fini di una compiuta confutazione non tanto delle notizie presentate dall’accrocco gazzettiero della BBC intitolato “Sex crimes and the Vatican” quanto dell’ideologia che ne ispira oggi la presentazione in Italia e che, per altri versi, ne costituisce il telaio, il tessuto connettivo. E’ noto, invero, come l’informazione sia un’elaborazione autonoma, della quale i fatti costituiscono lo spunto e il cui fine ultimo non è tanto quello di “rendere noto” quanto quello di “rendersi nota”. Non saranno i fatti, quindi, che andrò a contestare ma l’informazione che sui fatti è stata elaborata a partire da una ben precisa ideologia. Questo anche per ribadire un concetto che, da studioso, mi è particolarmente caro: l’informazione sta alla conoscenza come l’ideologia sta alla filosofia. Non a caso il kitsch metafisico del quale ho ripetutamente parlato in passato utilizza l’informazione come fondamento dell’esperienza, provocando una ridondanza culturale del giornalismo, e l’ideologia come modello intellettuale unico, dal quale deriva l’enfasi retorica del merito rispetto al metodo.
I tre elementi di analisi, che riporto ora in via preliminare, sono: 
1)      la responsabilità morale e culturale della diffusione della pedofilia non è di sicuro ascrivibile al cristianesimo – cattolico, ortodosso o riformato che sia – che, anzi, l’ha sempre apertamente, decisamente e coerentemente avversata, anche nella sua forma più ambigua – la pederastia – molto in voga nel mondo pagano e oggetto, in epoche più recenti, di nostalgie classicheggianti da parte, guarda caso, di omosessuali dichiarati come Wilde o Gide;
2)      la responsabilità morale e culturale della diffusione della pedofilia, alla quale il cristianesimo, proponendo un’idea di uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio e una morale sessuale conseguente, ha sempre posto un freno, è certamente da addebitare alla cosiddetta “liberazione sessuale” che, per bocca di guru come A. Kinsey, guarda caso pedofilo, ha inteso affermare un’idea neopagana dell’uomo fondata sull’apologia di una presunta naturalità fatta di istinti e pulsioni irrazionali, insofferente a qualsiasi limite deontologico e soggetta paradossalmente alla schiavitù di una libertà inconsapevole; 
3)      un approccio intellettualmente onesto non può non rilevare che proprio quel mondo laico-omosessuale che oggi si dimostra tanto severo in materia di pedofilia (sollecitudine tardiva ma comunque lodevole se non fosse anche sospetta perché a orologeria) si è sempre mostrato in passato possibilista, culturalmente connivente quando non pedofilo praticante:si sono dunque convertiti – loro, i laidi cantori dell’ideale classico della pederastia, loro, per anni compagni di merende di NAMBLA – oppure, indifferenti come al solito alla sorte delle piccole vittime dell’amore libero, le stanno oggi stuprando anche mediaticamente col solo scopo di gettare un po’ di fango sullo scomodo e, ahiloro, popolarissimo Benedetto XVI?
Premesso ciò, definita la reale portata culturale dell’accusa e avanzati legittimi dubbi sulla buona fede di questi nuovi farisei (mi punge vaghezza anzi di dedicarmi a tempo perso a una bella inchiesta giornalistica speculare, magari intitolata “Sex crimes and the homosexuals”), vediamo di smontare rapidamente la bufala della BBC.
Dico subito che il documentario mostra una penosa ignoranza in materia di diritto canonico. La Chiesa Cattolica, com’è noto a chi non fa il gazzettiere tanto nello Stivale quanto nella perfida Albione, ha un proprio diritto penale, che regola il giudizio e le condanne dei sacerdoti. Tale diritto, che prevede pene che vanno dalla sospensione a divinis fino alla scomunica vera e propria, non si sovrappone mai alle leggi dello stato e non le esclude, configurandosi solo come fonte di un giudizio diverso e parallelo.
In quest’ambito, nell’aprile del 2001, Giovanni Paolo II rese pubblica la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela” contenente le norme per l’attribuzione di alcuni processi penali canonici alla Congregazione per la dottrina della Fede e di altri, invece, ai tribunali diocesani. Il cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca prefetto per la Congregazione della dottrina della Fede, pubblicò il mese successivo la lettera De delictis gravioribus”, che non è altro che una sorta di regolamento di esecuzione delle norme stabilite dal Papa.
Su questo atto ufficiale i solerti giornalisti della BBC speculano con risibile imperizia presentandolo in primo luogo come un documento segreto, laddove esso era invece presente il 18 maggio 2001 sia sul bollettino ufficiale della Santa Sede che sul sito del Vaticano, quindi dimenticando di ricordare che non si trattava di un’iniziativa autonoma del cardinale Ratzinger ma di un atto dovuto, necessario a dare applicazione alle norme stabilite in prima persona da Giovanni Paolo II, e infine facendo credere al popolo dei gonzi (e degli stronzi, mi si passi l’ardire) che l’affermazione contenuta nel documento, secondo cui alcuni crimini più gravi, tra i quali la pedofilia, sono sottoposti alla giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede (tra l’altro proprio per evitare che eventuali amicizie in loco dell’imputato possano in qualche modo ammorbidire l’azione del tribunale), vada interpretata come un invito ai vescovi a occultare quei delitti alla giustizia secolare, riservandoli al solo tribunale ecclesiastico. Sia chiaro: questo è chiaramente falso, basta saper leggere. I contenuti dell’istruzione riguardano solo ed esclusivamente la ripartizione delle materie per singoli tribunali e ai sensi del solo diritto canonico, quindi al di fuori di qualsiasi rapporto con la giustizia penale secolare. La BBC specula sull’uso dell’aggettivo “esclusiva” dando a intendere che suggerisca la volontà di sottrarre quei delitti, tenendoli nascosti, alla competenza dei tribunali secolari, laddove siano anche penalmente rilevanti (l’atto di un prete che va a letto con una donna consenziente, per esempio, non lo è), mentre invece vuole solo affermare l’esclusione della competenza degli altri tribunali ecclesiastici su certe materie più gravi, ovviamente, lo ripeto per gli eventuali lobotomizzati all’ascolto, ai sensi e nei limiti del solo diritto canonico.
Questi giornalisti da avanspettacolo, però, non contenti della triplice figuraccia rimediata, insistono e puntano l’occhiolino strabico sulla nota n. 3 dello stesso documento, dov’è citata l’istruzione Crimen sollicitationis” promulgata dall’allora Sant’Uffizio nel marzo 1962, sotto il pontificato di Giovanni XXIII. Tale istruzione, NON EMANATA DAL CARDINALE RATZINGER, CHE ALL’EPOCA FACEVA SOLO IL PROFESSORE DI TEOLOGIA IN GERMANIA, E CHE NON SI OCCUPAVA COMUNQUE DI PEDOFILIA MA DELL’ABUSO DEL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE DA PARTE DEI SACERDOTI AL FINE DI STABILIRE RELAZIONI SESSUALI CON LE LORO PENITENTI, ordinava che i relativi processi canonici si svolgessero a porte chiuse, al fine di tutelare gli imputati, in caso d’innocenza, le vittime e anche i testimoni. E’ opportuno rilevare che, oltre a non avere nulla a che fare con la pedofilia, la disposizione riguardava, anche in questo caso, i soli procedimenti canonici, e che da nessuna parte stava scritto che, nel caso tali abusi avessero anche rilievo penale per la giurisdizione secolare, dovessero essere in qualche modo occultati. C’era anzi l’obbligo dichiarato di denuncia, pena la scomunica, per chiunque fosse venuto a conoscenza di fatti simili. In conclusione: dichiarare che i processi canonici a carico di sacerdoti accusati di usare del sacramento della confessione per porre in essere relazioni sessuali con le penitenti dovessero svolgersi a porte chiuse, non significava in alcun modo manifestare la volontà di sottrarre gli stessi sacerdoti, nel caso avessero commesso atti rilevanti anche per la giustizia penale secolare, ai relativi tribunali civili. 
Nel documento del 2001, firmato da Ratzinger, venivano poi adottate norme canoniche – sottolineo canoniche, perché di questo e solo di questo stiamo parlando - più rigide proprio per i casi di pedofilia, a partire dall’ampliamento dei normali termini di prescrizione fino al compimento da parte della vittima addirittura del ventottesimo anno d’età. Con ciò la Chiesa dimostrava e dimostra, contrariamente a quanto lascia intendere il documentario, l’intenzione chiara e ferma di perseguire la pedofilia senza alcuna tolleranza anche nell’ambito della propria disciplina interna.
D’altro canto, la nomina a prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede di un uomo come il cardinale William J. Levada, notoriamente implacabile nei confronti dei preti pedofili, conferma tale atteggiamento.
Per quanto riguarda, infine, gli eventuali ostacoli posti da singoli vescovi alle doverose inchieste delle autorità giudiziarie secolari sulla base di considerazioni di opportunità forse comprensibili ma in alcun modo condivisibili, Benedetto XVI si è espresso chiaramente e più di una volta, dichiarandole inaccettabili (si veda, per esempio, l’allocuzione ai vescovi irlandesi del 28 ottobre scorso).
Come si può verificare, a patto di andarsi a leggere davvero i documenti citati dall’inchiesta giornalistica della BBC, si tratta di una bufala di proporzioni colossali, tessuta giocando sulla confusione degli ambiti, sull’ambiguità delle parole e sulla dabbenaggine delle persone. Un’indegna ostentazione mediatica di malafede e d’ignoranza dinanzi alla quale non si può e non si deve rimanere inerti. La libertà di parola e d’informazione non è libertà di diffamazione e di menzogna. Chi fosse interessato ad aiutarmi a raccogliere un dossier - puntuale, minuzioso, accanito e assolutamente veritiero - intitolato appunto “Sex crimes and the homosexuals” (l’editore, ve l’assicuro, si trova di corsa), può farsi avanti, perché è tempo di dare a questi infami calunniatori la lezione che si meritano, usando per una volta i loro stessi metodi.
postato da: claraevallensis alle ore 21:36 | link | commenti (120)
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mercoledì, 23 maggio 2007

SPETTEGULESS

In attesa di buttare giù un post per spiegare, punto per punto, che il presunto scoop della BBC sui preti pedofili è una bufala di proporzioni colossali per la quale, non a caso, si emozionano solo i neuroni in libera uscita di colossali imbecilli (un po' come per il caso Cascioli, l'agronomo dell'alta Tuscia che, improvvisatosi storico, dimostrò che Gesù Cristo non era un personaggio storico, bensì il protagonista di un romanzo inglese di fine '800), propongo ai miei cari ventisei lettori una lettera che ho scritto alla signora Luana De Rossi, dell'Associazione Culturale Namir di Roma, in risposta alla seguente e-mail:

CI RIMARRANNO MALE coloro che sono andati al FAMILY DAY - e hanno portato cartelli con scritto sopra ... RATZINGER SONO TUO ... grave gravissimo e anche pericoloso... non informarsi in questa societa.
E ANCORA PIU' GRAVE QUELLA SICILIA che non intende cambiare... votando sempre a destra - la destra che inciucia con la mafia...
NON PERDIAMOCI QUESTO VIDEO INCHIESTA TRASMESSO DALLA BBC - sui preti pedofili - un video che gira in internet e che la TV ITALIANA non intende trasmettere - servi dei potenti cattolici - servi dell'economia - servi della DIS-informazione.
CENTINAIA DI BAMBINI VIOLENTATI DA QUESTI PRETI E ANCHE RATZINGER CHIAMATO IN CAUSA... in un processo in germania si salvo' perche' diventato papa.
e' questo che vogliamo difendere? e allora non sono meglio i DICO? l'amore chiaro e non violento perche' scelto tra due adulti dello stesso sesso che seguono l'istinto naturale? perche' se c'e' qualcosa di realmente INNATURALE E VIOLENTO - NON praticata da nessuna specie animale vivente - dai mammiferi agli insetti - dalle rose rosse alle piante... su questa terra creata... e' proprio la PEDOFILIA.
QUESTA ITALIOTTA ci fa sempre piu' schifo - e i politici come MASTELLA - MORATTI... silvio berlusconi ... dovrebbero vergognarsi prima di scendere in piazza a difendere coloro che ormai si difendono solo l'otto per mille ma al posto della dignita' e altruismo reale.
ORA GUARDATE QUESTO VIDEO E POI DITE SE NON AVEVA RAGIONE VAURO CON LA SUA VIGNETTA e non trovate scuse prima osservate e poi fatevi i conti con l'anima...a chi gli rimarra' la fede.
IL VIDEO E' SCONVOLGENTE E QUINDI VI INVITIAMO A VEDERLO... : naturalmente la chiesa attraverso AVVENIMENTI IL GIORNALE DELLA POTENTE CEI ed altri poteri sta gia' tentando di censurarlo quindi sbrigatevi...

Non ho voluto soffermarmi sullo stile a dir poco incerto, ho trascurato bonariamente la tirata da superiorità etica sinistrorsa sul voto siciliano (che c'entrava come i cavoli a merenda), ho glissato su qualche imprecisione - per dirne una, il quotidiano della CEI si chiama "Avvenire" e non "Avvenimenti" - non scusabile da parte di questi informatissimi che si permettono di censurare la presunta disinformazione altrui, e mi sono soffermato invece solo sul nocciolo della questione rispondendo in cotal guisa

Signora De Rossi, che pena e pietà.
E lei osa parlare di Italiotta? Io sono laicissimo, si figuri, ma di fronte a questo pettegolezzo cialtrone, di fronte a questa dietrologia da autobus all'ora di punta, di fronte a questo miserrimo fanatismo ghibellino e contradaiolo rimango esterrefatto.
Il falso scoop della BBC: figuriamoci roba vecchia di un anno!
Eh sì, perché, invece di fare propaganda da idioti, basterebbe ricondurre tutto, come farebbe qualsiasi persona colta, responsabile e non in malafede, ai rapporti tra diritto canonico e legislazioni nazionali, basterebbe ripercorrere gli eventi in modo completo e veritiero per scoprire che ciò che ha messo la bava alla bocca all'ossigenato Michelone Santoro non è che una bufala colossale, già ampiamente demistificata in patria.
Quanto alla pedofilia, questi gazzettieri fu-falcemartellati dovrebbero informarsi meglio: la Chiesa Cattolica, con tutti i suoi limiti, l'ha duramente condannata e la combatte, al proprio interno e fuori, in ambito morale e disciplinare. Se c'è una cultura, invece, che ha tentato un vero e proprio sdoganamento culturale di questo abominio è quella laico-omosessuale. Qualcuno di voi disinformati ricorda la tresca decennale, sotto lo slogan "se c'è amore e consenso non c'è peccato né reato", tra ILGA - la più importante associazione gaylesbo americana - e NAMBLA - l'associazione dei pedofili - terminata poi quando ILGA comprese che, con simili compagni di viaggio, non avrebbe mai avuto alcun riconoscimento ufficiale da parte delle organismi internazionali? Qualcuno di voi ricorda quale partito invitò l'associazione pedofila danese al proprio congresso in veste ufficiale? No? Ve lo dico io: il laicissimo partito radicale. E chi si ricorda quale radio mandò in onda, unica in Italia, il vergognoso programma, sempre danese, dal titolo "Papà posso toccarti l'uccello?"? No? Radio Radicale. E chi ha difeso recentemente in tv il diritto dei pedofili olandesi ad avere il loro partito? Marco Cappato, segretario dell'Associazione Luca Coscioni. E vogliamo fare quattro esempi di persone che, in tempi diversi, hanno sostenuto gli argomenti dei pedofili sul libero amore e sul libero consenso (sì, proprio gli stessi di quell'ignobile maiale arrestato e condannato grazie a un servizio delle "Iene")? Aldo Busi, gay, Gianni Vattimo, gay, Niki Vendola, gay. Per tacere dell'entomologo A. Kinsey, il grande teorico dell'amore libero e del rapporto bufala sulla diffusione dell'omosessualità nel mondo, naturalmente pedofilo pure lui.
E questa fogna di pedofili praticanti e di conclamati conniventi intellettuali osa orchestrare una buffonata simile che qualsiasi professore di diritto canonico (laico, non bisogna essere preti per insegnare diritto canonico) bucherebbe come un palloncino sfiatato? Ripeto è propaganda da autobus, pettegolezzo da pianerottolo. Degna di gente come Vauro il vigliacco (che fa le vignette sul Papa ma si affretta a condannare quelle danesi su Maometto), come Beppe Grillo il tribuno della specie (che sul suo blog censura i commenti che non gli vanno a genio) e come Michelone Santoro il terminator del capello bianco (che alla fine è tornato, come i nodi tanti anni fa sul suo pettine).
La prego di non inviarmi mai più mail del genere: io sono uno che ha studiato e che di sicuro non ha tempo da perdere con certe fanfaluche. Immagino non le manchino sciacquapiatti buzzicone, scaricatori di porto, guitti falliti, ragazzotti con la maglietta del Che adeguatamente sudata sotto le ascelle e parrucchiere in fregola: ormai un pc e una mail ce l'hanno tutti, mi faccia la cortesia di inoltrare a loro inviti come questo.
Certo della sua comprensione la saluto cordialmente.
postato da: claraevallensis alle ore 19:12 | link | commenti (27)
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mercoledì, 09 maggio 2007

PROTESTE DEL MENGA

Il ministro Paolo Ferrero ha protestato con la ministra Rosi Bindi colpevole di non aver invitato le associazioni gay e lesbiche al Forum sulla famiglia.
Trovo la protesta del ministro Ferrero poco democratica e discriminatoria nei confronti, nell'ordine:


1) delle associazioni bocciofile;
2) degli amici del bridge;
3) di filatelici e filodrammatici;
4) delle associazioni dei piccoli proprietari immobiliari;
5) degli amici della tauromachia;
6) degli amici del liscio "Raul Casadei";
7) del dopolavoro ferroviario;
8) dell'associazione grafologi professionisti;
9) dell'associazione italiana arbitri;
10) dell'associazione consulenti coniugali;
11) dell'unione veterinari "Amaro Montenegro";
12) dell'associazione nazionali bieticoltori;
13) dell'associazione produttori patate emiliano-romagnole;
14) dell'associazione del turismo equestre;
15) dell'unione speleologica;
16) dell'United Colors of Benetton;
17) dell'unione gas auto;
18) della Corporacion Dermoestetica;
19) della Confederazione nazionale inquilini e associati;
20) del Consorzio obbligatorio degli oli usati.

Ministro Ferrero: vergogna! Fassista, rassista, sessista e leghista! E quanno ce vo' ce vo'...
postato da: claraevallensis alle ore 23:37 | link | commenti (96)
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martedì, 08 maggio 2007

SPAGHETTI-PHILOSOPHER 3

I grandi vini, a differenza di quelli mediocri, invecchiano bene e lo stesso capita di regola ai filosofi.
Che Gianni Vattimo non fosse un Aristotele, uno Spinoza, un novello Gadamer (suo inarrivabile  maestro), lo avevamo capito da tempo, ma l’ultima sua “fatica” editoriale dal titolo “Ecce comu. Come si ri-diventa ciò che si era” (Fazi editore) è davvero la quintessenza di un triste crepuscolo (a dispetto dell’allusione nietzscheana a “Ecce homo”, non tanto degli idoli quanto dei bigoli). Questo a dimostrazione di come, superati i settanta, certi uomini si lascino tentare dalla nostalgia per una giovinezza irrimediabilmente perduta non solo dichiarando a un’interessatissima opinione pubblica i propri palpiti per le scultoree membra di “loliti” danzanti sui cubi, ma anche andando a resuscitare un obsoleto armamentario ideologico che la maturità aveva opportunamente accantonato, nella  speranza di ritrovare ascolto e rispetto tra quella meglio gioventù scapigliata che, tra una canna e l’altra, sogna cioè un mondo cioè più giusto, con tanto amore e cioè nessuna o pochissima guerra, se non qualche mitragliata a Biagi e D’Antona, due pallottole a monsignor Bagnasco e qualche maledizione cioè agli yankee, ai giudei e ai morti di Nassirya che cioè ce ne fossero 10, 100, 1000.
Un’operazione nostalgia in piena regola quella di Vattimo, quindi, non molto lontana in sostanza dallo spassoso tentativo, andato in onda in RAI tanti anni fa, di Aldo Fabrizi, Ave Ninchi, Bice Valori e Paolo Panelli di imparare il geghegè da una scatenata Rita Pavone.
Tralasciando la prima parte del libricino, che raccoglie, tanto per fare massa e per giustificare i 12,50 euro del prezzo, una serie di contributi di imbarazzante faciloneria militante, come dimostrano l’apologia della funzione di garanzia esercitata dallo Stato, sempre più miracolosamente etico (peccato che Vattimo non ci spieghi chi dovrebbe controllare il controllore e perché, in assenza di tale controllo, il controllore medesimo possa essere considerato una garanzia), in economia e non solo, e la malia esercitata sul pensatore calabropiemontese da personaggi sinistri, non solo ideologicamente, come il principiante Chavez e il più classico Fidel Castro, m’interessa spendere qualche parola sulla seconda, più speculativa, nella quale il professore, che si definisce un “cristocomunista” (non più "catto" per complesse questioni di letto), teorizza alla sua maniera un nuovo “comunismo libertario”.
Vattimo sostiene innanzitutto che una politica di sinistra deve prima di ogni altra cosa farsi delle domande sulla politica: ma questo, dico io, non è di sinistra, questo è semplicemente filosofico, e mi sta benissimo; di sinistra, casomai, è prima di tutto farsi certe domande sulla politica, di sinistra (o di destra) è la scelta del punto di vista delle domande. Il parallelo, suggerito dal professore, con la riflessione di Adorno sulle avanguardie artistiche novecentesche e sulla loro vocazione a mettere in discussione l’arte in sé non regge perché per Adorno questo era il tratto distintivo di tutte le avanguardie storiche e non solo di una o di alcune. Con la precisazione “di sinistra”, Vattimo compromette invece tout court la filosofia della politica con un’ideologia e cade in una grossolana banalizzazione.
Ma non è tutto. Il pensatore calabropiemontese esalta l’irrazionalismo contro l’illuminismo, troppo compromesso coi concetti di “natura” e di “verità” e quindi moderato e potenzialmente conservatore, e addirittura contro Marx, colpevole di credere “in una verità obiettiva della storia e nell’esistenza di un’essenza umana”. Per non gettare al macero più di quarant’anni di pensiero più o meno debole, Vattimo rilancia quindi il suo primo amore – il nichilismo – proponendolo come motore della sua personale rifondazione comunista, con Nietzsche e Heidegger a farla da padroni alla faccia del povero Marx, scippato di quel che resta del suo “tesoretto” – l’etichetta “comunismo” – da questo birbaccione settantenne in sella alla sua lambretta filosofica (truccata).
Vattimo conclude la sua riflessione dichiarandosi infine nemico di ogni “mistica” che presupponga l’esistenza di una verità e affermando pomposamente la sua volontà di fondare il suo “comunismo libertario” sul motto “non ci sono fatti, solo interpretazioni”.
A suo tempo, il professore, intimorito dalla possibile deriva dell’ermeneutica in direzione di una sostanziale liquidazione della filosofia destinata a essere soppiantata da una teoria generica della cultura, escogitò la trovata del nichilismo, divenuto poi l’elemento caratteristico di tutti i suoi scritti e che in quest’ultimo libretto viene riproposto ancora una volta nonostante il depistaggio di un comunismo quanto mai vago e strampalato. Col ricorso al nichilismo, Vattimo ha sempre immaginato un pensiero debole dalle radici forti, tramite il quale ancorare l’ermeneutica alla metafisica, sia pure in accezione negativa. Tale trovata, però, è sempre stata anche il ventre molle delle sue tesi. Perché l’ermeneutica è un metodo, non una metafisica, e se diviene una metafisica cessa di essere ermeneutica. In questo caso, a rigore, sul motto “non ci sono fatti, solo interpretazioni” non si potrebbe fondare un bel niente proprio perché anche quel motto a sua volta  non è altro che un’interpretazione. Chiamata a servire da verità fondamentale, invece, tale interpretazione non solo si smentisce proponendosi come fatto e non come interpretazione ma, presupponendo l’esistenza di una verità identificabile nella sua pura consistenza di proposizione che nega se stessa, contraddice lo stesso Vattimo allorché si dichiara nemico di ogni mistica che implichi una qualsiasi verità.
Un pasticcio logico senza precedenti in un libro che maschera dietro il fervore irrazionalistico  l’abituale fragilità filosofica del pensatore calabropiemontese, condita stavolta con un giovanilismo barricadiero e comunardo sul quale, per essere caritatevoli, si può solo stendere un velo di sorridente indulgenza.

postato da: claraevallensis alle ore 15:08 | link | commenti (8)
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